L’esperienza interventista dei nostri giorni manifesta un marcato orientamento verso la valorizzazione ad ogni costo del patrimonio archeologico, a volte perpetuata quasi in assenza di una selezione delle reali possibilità di esecuzione o di una più sensata sostenibilità e durabilità dell’intervento. Non si può continuare a pensare di dovere offrire al pubblico tutto ed immediatamente, poiché, se mancano le risorse necessarie o un reale interesse da parte delle comunità, si corre il rischio di lasciare le rovine “riaffiorate” allo scoperto, alla mercé di una fruizione distratta o esposte a probabili azioni di saccheggio, oltre che di incessante degrado, ma anche di generare, nel tempo, una disaffezione per le stesse tematiche della conservazione. Il rischio è anche quello di non riuscire più a tenere conto delle differenti tipologie di intervento che ogni singola realtà archeologica richiede, quasi costringendo all’uniformazione dei possibili trattamenti delle rovine, che invece hanno tutti, seppur eterogenei, una loro ragione di esistere. Oggi le esigenze di presentazione dell’archeologia, fulcro delle teorie della nouvelle muséologie e nouvelle archéologie, hanno condotto verso una variegata casistica di interventi sulle rovine che costituiscono una base essenziale per la promozione di nuove azioni conservative (tangible ed intangible), tutte lecite e tutte praticabili a secondo dei casi. Azioni che, pur nella loro assoluta diversità, possono coesistere serenamente, specie se adottate in realtà archeologiche alquanto complesse. Spesso la musealizzazione di alcuni siti archeologici ha costituito una sorta di “conservazione preventiva” dalla quale sono derivate azioni più mirate, maggiormente sostenibili, ed altresì autofinanziate da un introito economico prodotto dalla presenza di quel pubblico che le stesse strategie di presentazione del bene tutelato hanno richiamato. Si riporteranno alcuni casi nazionali in cui vari sistemi “ibridi” di copertura – a cavallo tra semplici strutture di protezione e veri e propri musei sulle rovine – hanno dato luogo ad interessanti e sostenibili processi di presentazione dell’archeologia in situ, così come ad altrettanti processi di conservazione, messi in atto sia dal punto di vista della conservazione degli aspetti materiali che di quelli immateriali. Non mancheranno confronti con le più significative sperimentazioni condotte nel resto d’Europa.

““Presentazione” e “Conservazione” dei contesti antichi: alcuni casi di intervento sulle rovine

ACCARDI A
2008

Abstract

L’esperienza interventista dei nostri giorni manifesta un marcato orientamento verso la valorizzazione ad ogni costo del patrimonio archeologico, a volte perpetuata quasi in assenza di una selezione delle reali possibilità di esecuzione o di una più sensata sostenibilità e durabilità dell’intervento. Non si può continuare a pensare di dovere offrire al pubblico tutto ed immediatamente, poiché, se mancano le risorse necessarie o un reale interesse da parte delle comunità, si corre il rischio di lasciare le rovine “riaffiorate” allo scoperto, alla mercé di una fruizione distratta o esposte a probabili azioni di saccheggio, oltre che di incessante degrado, ma anche di generare, nel tempo, una disaffezione per le stesse tematiche della conservazione. Il rischio è anche quello di non riuscire più a tenere conto delle differenti tipologie di intervento che ogni singola realtà archeologica richiede, quasi costringendo all’uniformazione dei possibili trattamenti delle rovine, che invece hanno tutti, seppur eterogenei, una loro ragione di esistere. Oggi le esigenze di presentazione dell’archeologia, fulcro delle teorie della nouvelle muséologie e nouvelle archéologie, hanno condotto verso una variegata casistica di interventi sulle rovine che costituiscono una base essenziale per la promozione di nuove azioni conservative (tangible ed intangible), tutte lecite e tutte praticabili a secondo dei casi. Azioni che, pur nella loro assoluta diversità, possono coesistere serenamente, specie se adottate in realtà archeologiche alquanto complesse. Spesso la musealizzazione di alcuni siti archeologici ha costituito una sorta di “conservazione preventiva” dalla quale sono derivate azioni più mirate, maggiormente sostenibili, ed altresì autofinanziate da un introito economico prodotto dalla presenza di quel pubblico che le stesse strategie di presentazione del bene tutelato hanno richiamato. Si riporteranno alcuni casi nazionali in cui vari sistemi “ibridi” di copertura – a cavallo tra semplici strutture di protezione e veri e propri musei sulle rovine – hanno dato luogo ad interessanti e sostenibili processi di presentazione dell’archeologia in situ, così come ad altrettanti processi di conservazione, messi in atto sia dal punto di vista della conservazione degli aspetti materiali che di quelli immateriali. Non mancheranno confronti con le più significative sperimentazioni condotte nel resto d’Europa.
978-88-404-4171-9
Musealizzazione archeologica; Musei sulle Rovine; Presentazione/conservazione
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